Banche, i tribunali lumaca frenano il recupero dei crediti deteriorati

Le nuove disposizioni della Vigilanza Bce, in arrivo oggi, colpiscono l’Italia nel suo nervo più scoperto: la lentezza dei Tribunali. L’istituto di Francoforte dovrebbe prevedere che i crediti in sofferenza garantiti da immobili debbano essere recuperati dalle banche entro sette anni, altrimenti devono essere svalutati a zero nei bilanci. Peccato che in Sicilia il 56% e in Basilicata il 46% delle aste immobiliari duri più di 7 anni. La Banca centrale dovrebbe prevedere che un credito chirografario, cioè senza garanzia, valga zero dopo due anni se non viene recuperato. Peccato che in Puglia, Molise, Basilicata e Campania solo per veder trasformare un decreto ingiuntivo in un’ordinanza del Tribunale servano in media circa 2 anni. E peccato che le procedure fallimentari, dalle quali dipende il recupero dei crediti verso le aziende, superino abbondantemente il decennio in molte Regioni italiane. Tutti numeri, questi, sopra le medie europee.

La lentezza del sistema giudiziario non penalizza l’Italia solo perché scoraggia le imprese estere ad investire nel nostro Paese, ma anche perché rappresenta un costo enorme nei bilanci delle banche. Soprattutto ora che la Bce chiede tempi veloci per recuperare i crediti andati a male: se le stesse procedure nei Tribunali durano, almeno in alcune Regioni, più di quanto la Bce impone come tempo massimo per recuperare un credito in sofferenza, il problema è evidente. I Tribunali ingolfati e i bizantinismi procedurali diventano dunque d’ora in avanti una zavorra ancora più pesante per il Paese. Se si vuole evitare che le banche reagiscano alle nuove disposizioni riducendo l’erogazione di finanziamenti alle imprese e alle famiglie (soprattutto nelle aree con la giustizia più lenta) oppure che siano forzate a svendere i crediti in sofferenza (con implicazioni negative nei loro bilanci), è necessario dunque intervenire. Su almeno due fronti. Uno: la velocità della giustizia. Due: la capacità delle banche stesse di gestire al meglio i crediti deteriorati per ridurre i tempi morti. Partendo – ovvio – dalle trattative stragiudiziali.

Chi va piano…
I numeri sono disarmanti. Secondo i dati raccolti ieri per Il Sole 24 Ore da Sistemia (società attiva nella gestione di Npl) e aggiornati a marzo 2018, recuperare attraverso le vie legali entro due anni un credito chirografario (cioè senza garanzie) finito in sofferenza è un’impresa. Già quando un credito di questo tipo finisce in sofferenza, la banca perde da un minimo di 287 giorni (nelle Marche) a un massimo di 312 giorni (in Sardegna) solo per decidersi ad emettere un decreto ingiuntivo. Già quasi un anno passa insomma in questo modo. Poi, prima che il decreto ingiuntivo diventi un ordine al debitore di pagare, passa altro tempo. In totale si arriva in molte Regioni a sfiorare i due anni. Cioè il tempo massimo dato dalla Bce. E anche le virtuose, come la Liguria dove servono in media 510 giorni, non arrivano molto lontano dal limite Bce. Il problema è che il recupero del credito non finisce qui: una volta ottenuta l’ordinanza, la banca può aspettare anche altri due anni prima di incassare effettivamente i soldi dal debitore. Cioè prima che l’Inps o l’azienda in cui il debitore insolvente lavora vadano a pignorare il quinto dello stipendio o della pensione.

E numeri analoghi – sempre aggiornati a marzo 2018 – si trovano per le aste immobiliari. Tra il tempo che serve alla banca e quello che impiega il Tribunale a vendere un immobile in asta, passano da un minimo di 3,9 anni (in Valle d’Aosta) a un massimo di 8,5 anni (in Sicilia). Ma anche in questo caso, una volta venduto l’immobile in asta, per la banca non significa recuperare il credito: «Chiusa l’asta immobiliare il denaro incassato viene depositato presso un conto del Tribunale – spiega Paolo Sgritta, direttore generale di Sistemia -. A quel punto il delegato del giudice deve elaborare un piano di riparto per soddisfare i vari creditori. A volte passano anche anni perché questo avvenga». Dunque i tempi si dilatano ulteriormente. Come si allungano in Italia i tempi delle procedure fallimentari, ben oltre la media europea che è intorno ai 2 anni.

…non recupera
Ovvio dunque che il primo nodo da sciogliere è quello dei Tribunali lenti. «Su questo tema, però, è molto difficile migliorare la situazione – osserva Angelo Bonissoni, Managing Partner CBA -. Oggi il sistema è lento perché i Tribunali sono intasati, non perché la legge non funzioni. Lo dimostra il fatto che, a parità di legislazione, in Italia alcuni Tribunali sono molto più veloci di altri». Ma le banche, se da un lato sono costrette a “subire” l’inefficienza del Paese, dall’altro possono (devono) eliminare le proprie inefficienze. Per esempio lavorando in maniera più attiva i crediti in sofferenza sul fronte stragiudiziale. Cercando insomma accordi transattivi con i debitori.

Oppure velocizzando i momenti “morti” dei Tribunali. «Noi abbiamo un ufficio interamente dedicato ad esortare i delegati dei Tribunali a effettuare il riparto dopo le aste fallimentari più velocemente possibile – spiega Sgritta -. In questo modo i tempi vengono ridotti di molto». Un altro modo per velocizzare le procedure è quello di vivacizzare le aste immobiliari (molte banche hanno creato le Reoco proprio per questo): in questo modo si riduce il fenomeno delle aste deserte. I modi per aggirare il problema, insomma, ci sono. La speranza è che l’addendum della Bce non finisca per ridurre il credito all’economia reale ma – al contrario – produca in Italia un moto virtuoso che permetta a banche e Tribunali di superare le loro inefficienze. Non perché lo chiede la Bce. Ma perché sarebbe un bene per tutti.

Il Sole 24 ore
di Morya Longo 15 marzo 2018

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